pubblicazione
Epidemiol Prev 2010; 34 (4), luglio-agosto

Epidemiologia&Prevenzione cover

In questo numero

di Benedetto Terracini

Questa volta il contenuto del numero è eterogeneo: si spazia dalla fine vita agli indici di deprivazione, dalla registrazione dei mesoteliomi alle corrispondenze semantiche tra due modalità di raccolta del dato. Forse, la parola che maggiormente ricorre in questo numero è «valutazione», un termine che agli albori di Epidemiologia & Prevenzione appena si affacciava all’attenzione degli operatori e quasi solo per argomenti di epidemiologia clinica. Oggigiorno, il concetto va ben oltre quello originale di quantificazione o di validazione. Ben venga quindi la carta dell’Isola Tiberina, ma E&P sarebbe...

In questo numero

di Benedetto Terracini

Questa volta il contenuto del numero è eterogeneo: si spazia dalla fine vita agli indici di deprivazione, dalla registrazione dei mesoteliomi alle corrispondenze semantiche tra due modalità di raccolta del dato. Forse, la parola che maggiormente ricorre in questo numero è «valutazione», un termine che agli albori di Epidemiologia & Prevenzione appena si affacciava all’attenzione degli operatori e quasi solo per argomenti di epidemiologia clinica. Oggigiorno, il concetto va ben oltre quello originale di quantificazione o di validazione. Ben venga quindi la carta dell’Isola Tiberina, ma E&P sarebbe contenta di vedere l’affermazione del principio e la proposta metodologica integrate da descrizioni di vita vissuta, nel bene e nel male. Anche per la VIS, valutazione di impatto sanitario, argomento di cui si parla molto in molti contesti, mi pare che, nel Paese, i contributi (dentro e soprattutto fuori dalla rivista) vertano di più su un modello ideale (e certamente corretto) che non sulle sue applicazioni nel campo.

Ottimo il progetto interdipartimentale ambiente e salute (PIAS) del CNR. Abbiamo avuto la fortuna, negli ultimi anni, di vedere lo sviluppo di un know-how di competenze e una rete di collaborazioni, che ci vengono invidiati da altri paesi e che ci permettono, di volta in volta, di evolvere dalla lettura intelligente delle statistiche correnti al disegno di sofisticati studi ad hoc di epidemiologia delle esposizioni che stimano il rischio a partire dalla misura delle esposizioni attraverso campioni biologici. L’epidemiologia ambientale serve nella misura in cui identifica sorgenti di inquinamento legate a un deterioramento della salute (o a rischio di malattia). Il progetto PIAS si collega con l’argomento «valutazione» in quanto affronta un settore in cui finora siamo stati in difetto, quello dell’analisi di come la ricerca epidemiologica serva per modulare i processi di disinquinamento (grande fonte di preoccupazione, a mio avviso, è la lentezza con cui  il nostro Paese si sta liberando dell’amianto: per di più, quando la bonifica sarà completa, ci vorrà mezzo secolo per vedere scomparire i mesoteliomi).

Legato al tema «ambiente e salute» è il contributo di Nicola Caranci. Spesso, degrado ambientale e degrado sociale vanno di pari passo. Da anni gli studi ecologici e analitici in aree inquinate hanno cercato di affinare i metodi per misurare gli effetti dell’ambiente al netto della deprivazione. Caranci porta un importante contributo in questo senso. A dire il vero, sarebbe anche interessante, soprattutto in aree ufficialmente definite «ad alto rischio ambientale», quantificare l’effetto del degrado sociale (che in zone come Taranto o Gela pare essere tutt’altro che trascurabile) al netto dell’inquinamento ambientale. La mia (modesta) opinione personale è che ne uccide di più la miseria (standardizzata per sporcizia) che la sporcizia (standardizzata per miseria). E’ probabile che – rispetto all’inquinamento ambientale – la «povertà» sia meno specificamente associata a specifiche patologie: approfondire l’argomento utilizzando come parametro l’aspettativa di vita, come proposto da Leombruni e collaboratori (o anche la mortalità per tutte le cause) sembra appropriato.

I materiali biologici sono una risorsa preziosa per la ricerca epidemiologica (eziologica, ma non solo). La preoccupazione di Petrini e Lanza per le conseguenze della pesante discesa della giustizia penale sul bancone del ricercatore è giustificata e condivisible. Ma brevettare invenzioni derivate da materiale biologico di origine umana solleva prima di tutto la questione di chi è il proprietario del materiale biologico stesso: il donatore o il ricercatore? Il dibattito non è nuovo, ma sarebbe bene riprenderlo.

Difficile raccapezzarsi sulla futura gestione degll’ECM… E&P è fiduciosa che nell’autunno 2011 Pietro Dri possa/voglia raccontare ai nostri lettori «come è andata» nel primo anno di applicazione del nuovo sistema.

Benedetto Terracini

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