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SLA e le professioni altamente stressanti

  • Redazione E&P

  1. Inferenze

Riassunto:

Questa volta l'approfondimento della rubrica "60 giorni di epidemiologia italiana" è dedicato allo studio "Job strain, hypoxia and risk of amyotrophic lateral sclerosis: Results from a death certificate study" di Nicola Vanacore et al. pubblicato su Amyotroph Lateral Scler. Leggi la scheda di presentazione.


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SCHEDA DELLO STUDIO

Job strain, hypoxia and risk of amyotrophic lateral sclerosis: Results from a death certificate study

Nicola Vanacore, Pierluigi Cocco, Domenica Fadda, Mustafa Dosemeci

Amyotroph Lateral Scler 2010; 11(5): 430-34

SINTESI

Si conosce ancora poco in merito alle cause scatenanti della sclerosi laterale amiotrofica (SLA, o morbo di Lou Gehrig, o malattia di Charcot). Benché una storia familiare sia associata a un aumento di rischio di SLA e mutazioni a carico della SOD1 (superossido dismuatsi) siano state riportate nel 20% delle forme familiari, finora non sono stati identificati geni in grado di spiegare l’insorgenza della sclerosi laterale amiotrofica. E’ molto probabile quindi che la SLA sia il risultato di una interazione multifattoriale tra geni e ambiente. Dal punto di vista dell’assetto genetico, si è notato che i malati hanno una risposta anomala a condizioni di scarsità di ossigeno (ipossia). In particolare, è stato documentato un aumento del rischio di SLA tra gli individui portatori di mutazioni a carico di un gene deputato a rispondere all’ipossia (gene VEGF) e del suo sistema di controllo. Per quanto concerne le esposizioni ambientali, sono stati proposti diversi fattori di rischio: professioni che richiedono grossi sforzi fisici, tabagismo, traumi cranici, campi elettromagnetici, esposizione a policlorobifenili, metalli e pesticidi. Gli autori di questo studio hanno voluto saggiare l’ipotesi secondo cui la malattia si sviluppi quando un’attività fisica molto intensa e particolari esposizioni si combinano con un assetto genetico che impedisce una risposta normale all’ipossia. Dimostrano così che una professione come quella del vigile del fuoco, che associa una intensa attività fisica a episodi di ipossia, comporta un rischio di contrarre la SLA doppio rispetto al resto della popolazione.

OBIETTIVI DELLO STUDIO

Scopo dei ricercatori era saggiare l’ipotesi secondo cui professioni che implicano il verificarsi di episodi ipossici intermittenti a livello tissutale aumenterebbero il rischio di SLA in individui portatori di mutazioni del gene VEGF. Occupazioni di questo tipo sono quelle che implicano un grosso sforzo fisico in ambienti poco ventilati o con una bassa pressione parziale di ossigeno (es: vigili del fuoco) oppure sforzi sopramassimali in condizioni anaerobiche (es: atleti professionisti, guide alpine e scalatori).

METODOLOGIA

I ricercatori hanno analizzato un ampio database statunitense costituito dai certificati di morte compilati in 24 stati USA nel periodo 1984-1998 e completi di informazioni sul tipo di professione svolta al momento del decesso. Tra i soggetti deceduti all’età di 25 anni o più hanno identificato 14.628 casi di morte per malattie del motoneurone, di cui la SLA rappresenta l’85%. Tra i controlli hanno inserito i soggetti deceduti per tutte le altre cause, esclusi i disturbi mentali, le malattie del sistema nervoso centrale e cerebrovascolari, l’aterosclerosi non specificata, le condizioni non ben definite e i sintomi coinvolgenti il sistema nervoso centrale. Hanno quindi condotto uno studio caso-controllo, associando a ogni caso di SLA 4 controlli scelti in modo da avere la medesima regione geografica di provenienza, etnia, sesso, gruppo d’età e anno di decesso. I parametri considerati sono stati: sesso, etnia, stato civile, luogo di residenza (città sopra o sotto i 250.000 abitanti), stato socioeconomico, attività fisica. I ricercatori hanno quindi valutato il rischio per tre gruppi di professioni: vigili del fuoco, atleti professionisti e lavori che richiedono un intenso sforzo fisico.

RISULTATI

L’attività fisica svolta per esigenze lavorative non risulta associata al rischio di SLA né per gli uomini, né per le donne. Per quanto riguarda gli atleti professionisti, da questi dati non si può trarre una conclusione definitiva. Infatti, benché si registri un aumento del rischio (OR: 1,81, sebbene non significativo dal punto di vista statistico), bisogna considerare che questa categoria è poco rappresentata nel campione preso in considerazione (solo 17 soggetti su 73.140 individui). Il che impedisce di verificare compiutamente l’ipotesi. Diverso il discorso per i vigili del fuoco: in questo gruppo si rileva un rischio doppio (OR: 2,23) rispetto al resto della popolazione. La scarsità di donne nel campione (sia tra i casi di SLA, sia tra i controlli) non permette di stabilire alcuna associazione di genere. Come spiegare questi risultati?

Vigili del fuoco. Questi lavoratori sono per definizione esposti all’ambiente tossico generato dagli incendi e costituito da fiamme, calore, carenza di ossigeno, fumo e prodotti di combustione tossici (monossido di carbonio, benzene, asbesto, policlorobifenili, composti policiclici aromatici) generati da materiali sintetici. Non solo, presentano una serie di condizioni che sono state associate alla SLA, come l’intensa attività fisica e la propensione a subire traumi. Queste esposizioni potrebbero spiegare, almeno in parte, i risultati ottenuti. D’altro canto, i ricercatori , basandosi sui dati epidemiologici, clinici e sperimentali disponibili, suggeriscono che i vigili del fuoco portatori di specifici varianti del gene VEGF sarebbero più a rischio di contrarre la SLA.

Atleti professionisti. Lo stesso rapporto geni-ambiente potrebbe spiegare il cluster di casi di SLA registrato tra i calciatori italiani. Infatti, è interessante notare che a essere colpiti sono soprattutto i centrocampisti, un ruolo che implica una attività fisica intensa e continuativa, svolta talvolta in condizioni anaerobiche, il che potrebbe risultare in episodi di ipossia.

Professioni che richiedono sforzi fisici. Il fatto che non si sia rilevata alcuna associazione tra un intenso sforzo fisico richiesto dalla professione e incremento del rischio di SLA non contraddice l’ipotesi di partenza. Nella maggior parte dei casi, infatti, questo tipo di attività fisica è svolta in condizioni aerobiche. Al contrario, ciò avvalora l’ipotesi secondo cui non sarebbe l’attività fisica intensa di per sé, quanto il fatto che sia svolta in condizioni di carenza di ossigeno, a costituire un fattore di rischio per la SLA.

Gli autori concludono che professioni che comportano episodi intermittenti di ipossia potrebbero costituire un fattore di rischio per la SLA in individui geneticamente incapaci di una risposta fisiologica all’ipossia.