attualita
Epidemiol Prev 2017; 41 (5-6): 232-236
DOI: https://doi.org/10.19191/EP17.5-6.P232.079

Inquinamento da PFAS in Veneto. Dopo gli USA tocca all’Italia

PFASs pollution in Veneto Region (Northern Italy). After USA, it is the turn of Italy

  • Cinzia Tromba1

  1. Redazione di Epidemiologia&Prevenzione; epiprev@inferenze.it

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Un nuovo caso Seveso? Era quanto si chiedevano i medici per l’ambiente-ISDE firmatari della lettera pubblicata sullo scorso numero di Epidemiologia&Prevenzione a proposito dell’inquinamento delle acque venete da PFAS (famiglia di sostanze perfluoroalchiliche, vedi box 1).
Da allora la vicenda si è fatta ancora più calda culminando, nell’ultimo scorcio di settembre, in un vero e proprio scontro istituzionale tra Regione Veneto, che chiedeva al Ministero di introdurre valori limite di PFAS nelle acque potabili validi per tutto il territorio nazionale, e il Ministero della salute, che si è rifiutato di ottemperare alla richiesta, negando la presenza di “significative criticità” nella altre zone d’Italia in cui pure era stata individuata la presenza di queste sostanze. A questo punto la Regione Veneto ha fatto da sola e ha deciso di stabilire i “propri” limiti: meno di 90 ng/l per la somma di PFOA e PFOS, i composti più pericolosi (con un limite massimo di 30 ng/l per il solo PFOS) e meno di 300 ng/l per la somma di tutti gli altri PFAS.1
Portata alla ribalta nel 2013, quando i risultati dello studio promosso dal Ministero dell’ambiente ed eseguito dal CNR per studiare la contaminazione dei bacini fluviali italiani da sostanze perfluoroalchiliche2 restituiscono una situazione molto critica per le acque venete (ma non solo), la vicenda PFAS in realtà affonda le radici molto più indietro nel tempo. Ed è solo ripercorrendo questa storia, e allargando l’orizzonte Oltreoceano, che se ne possono cogliere appieno tutte le implicazioni e, soprattutto, gli insegnamenti che giungono da esperienze fatte altrove.

BOX1 La chimica dei PFAS

I composti perfluoroalchilici (per-fluoro-alchilic substances, PFAS) sono molecole costituite da una catena di atomi di carbonio che termina con un gruppo idrofilico e in cui il carbonio, invece che all’idrogeno, come accade negli idrocarburi, si lega al fluoro. I PFAS si distinguono, tra l’altro, per la lunghezza, con quelli a catena più lunga, come PFOA (acido perfluorottanoico) e PFOS (acido perfluorottansolfonico), più pericolosi per la salute, perché particolarmente stabili e perciò molto persistenti nell’ambiente e negli organismi viventi, che possono assumerli tramite l’acqua o il cibo.

PFAS e salute

La IACR ha classificato il PFOA come possibile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2b, cancro del testicolo e del rene). Il PFOS è un interferente endocrino e inserito nella Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POP).7 Nel giugno 2017 PFOA e PFOS sono stati inseriti nella lista REACH (Regolamento europeo concernente la registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche) delle sostanze pericolose sottoposte a restrizioni.14 Gli studi a oggi disponibili legano l’esposizione a composti perfluoroalchilici (che può avvenire attraverso acqua, cibo, polveri domestiche) a diverse patologie: ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, cancro del testicolo, della prostata, del rene, linfoma non-Hodgkin, ipertensione in gravidanza, diabete. Si è notata inoltre un’associazione con patologie cardiovascolari, come arteriosclerosi, ischemie cerebrali e
cardiache. Questi composti si legano alle proteine plasmatiche, e si accumulano soprattutto nel fegato e nel rene. In virtù della grande stabilità chimica, la loro emivita nell’organismo umano è di 3,5 anni.

1965: A TRISSINO APRE LA RIMAR
Tutto ha inizio nel 1965, quando la Marzotto, allora azienda leader nel settore tessile e dell’abbigliamento, decide di aprire un centro ricerche a Trissino, in provincia di Vicenza. L’obiettivo è studiare e produrre sostanze che rendano i tessuti impermeabili. Inizia così, nel 1966, la produzione di composti perfluoroalchilici (PFAS), sostanze con spiccate caratteristiche di idrofobicità, lipofobicità, resistenza termica, inerzia chimica, che le hanno rese per decenni protagoniste assolute della chimica: sono infatti state utilizzate nei settori più disparati in ambito sia domestico sia industriale: come sostanze impermeabilizzanti in contenitori per alimenti, tessuti (Teflon®, Scotchgard®, Goretex®), come emulsionanti e tensioattivi in detergenti, insetticidi, vernici, schiume antincendio.
Le cose vanno così bene che nel giro di pochi anni la Rimar (Ricerche Marzotto, questo il nome del centro di Trissino) diventa un’autorità a livello mondiale, tanto da travalicare il settore tessile per allargare il proprio campo d’azione alla produzione di intermedi fluorurati destinati ai settori farmaceutico e dell’agrochimica.
Sì, è vero, la Rimar allora riversava le scorie di lavorazione nel torrente Poscola…3 Ma l’Italia viveva ancora sulla scia del boom economico, “ambientalismo” era un termine sconosciuto ai più e poco o nulla si sapeva (o, almeno, si rendeva pubblico) degli effetti di queste sostanze sull’ambiente e sulla salute degli esseri viventi. Come del resto accadeva, più o meno nello stesso periodo, per i cloruri vinilici o per il fumo di sigaretta. Molto più importanti erano le applicazioni industriali dei nuovi composti e l’incremento dell’occupazione.

INTANTO NEGLI USA…
Nel frattempo, al di là dell’Oceano Atlantico due colossi chimici sono impegnati già da anni nella produzione e utilizzo dei perfluorurati: la 3M, che li aveva “inventati” negli anni Quaranta, e la DuPont, che dalla 3M aveva cominciato a rifornirsi nel 1951 di PFOA per le proprie produzioni (Teflon®). L’aspetto inquietante è che ambedue le aziende erano a conoscenza fin dagli anni Sessanta degli effetti tossici dei PFAS. Consce della pericolosità dei perfluoroalchilici, incaricavano i loro scienziati di monitorare la situazione: per esempio, la 3M già dagli anni Sessanta sapeva che il PFOA causava l’ingrossamento del fegato in topi, conigli e cani, ma non hanno mai reso pubblici questi dati (vedi timeline, p. 236).
Questo perverso giochino continua indisturbato fino a quando, all’inizio degli anni Duemila, un avvocato coraggioso e determinato, Robert Billott, non decide di farsi carico delle istanze degli abitanti di Parkersburg, in West Virginia, dove ha sede uno stabilimento DuPont, e di citare in giudizio il colosso chimico per la pesante contaminazione ambientale da PFOA, che l’azienda sversava da decenni nei terreni e nel fiume Ohio. Da qui nasce una lunga battaglia legale per la tutela della salute delle popolazioni tuttora aperta, ma che nel suo corso ha segnato comunque diversi punti fermi: innanzitutto, il riconoscimento da parte di EPA (l’Agenzia per la protezione ambientale statunitense) della tossicità del PFOA (negli Stati Uniti fino al 2001 nessuna sostanza perfluoroalchilica era regolamentata); in secondo luogo, il riconoscimento di diversi risarcimenti pagati da DuPont alla popolazione e il versamento a EPA della più alta multa mai riscossa dall’Agenzia, 16,5 milioni di dollari, per aver nascosto le prove di tossicità e di contaminazione dell’ambiente. E, soprattutto, ha prodotto il più grande studio scientifico sul PFOA, con 70.000 persone coinvolte: iniziata nel 2004 e conclusa nel 2011, la ricerca ha attestato un “probabile” legame tra esposizione al perfluoroalchilato e diverse malattie: cancro del testicolo e del rene, malattie tiroidee, innalzamento dei livelli di colesterolo, colite ulcerativa e pre-eclampsia. (Su questa storia sono stati pubblicati diversi reportage giornalistici).4
Ultimo scampolo, ma non per importanza, della vicenda, nel novembre 2016 l’EPA ha diramato un health advisory in cui stabilisce in 0,07 parti per miliardo (ovvero 0,07 ng/l) la massima concentrazione di PFOA nelle acque potabili compatibile con la salute umana, anche nel caso di esposizione continuativa per tutta la vita (lifetime health advisory).5

QUALCHE DECENNIO DOPO, IN EUROPA
Ma ritrasvoliamo l’Oceano. Dopo quattro decenni durante i quali nel Vecchio Continente la produzione di perfluoroalchilati aveva proceduto senza grossi intoppi né particolari precauzioni, negli anni Duemila l’Europa comincia a preoccuparsi delle sostanze perfluoroalchiliche. E così nel 2006 parte il progetto Perforce, con l’obiettivo di valutare la presenza di PFAS nei corsi d’acqua europei, da dove il Po emerge come il più inquinato per almeno un ordine di grandezza (200 ng/l).6 Il risultato è l’indicazione da parte di EFSA dei primi limiti alle concentrazioni di queste sostanze nelle acque del Continente: PFOS <300 ng/l, altri PFAS <3.000 ng/l.
Le preoccupazioni per la tossicità dei perfluoroalchilati si fanno sempre più pressanti e nel 2009 il PFOS viene aggiunto all’Appendice B della Convenzione di Stoccolma in quanto inquinante organico persistente (POP).7
Nel frattempo la Rimar, diventata Miteni nel 1988 (vedi box 2), continua a fare praticamente indisturbata ciò che aveva cominciato negli anni Sessanta, ossia produrre, e sversare, composti perfluoroachilici. Di più: come è emerso recentemente da un rapporto dei carabinieri del NOE, Miteni sapeva della contaminazione di suoli e falde e del sangue dei lavoratori fin dagli anni Novanta, ma ha taciuto.8
Sull’onda dello studio Perforce le ricerche sull’inquinamento da PFAS e i suoi effetti continuano anche in Italia. E siamo al 2013, quando vengono pubblicati i risultati dello studio biennale commissionato al CNR dal Ministero dell’ambiente sui bacini fluviali italiani che aveva l’obiettivo di: studiare la distribuzione di PFAS nelle acque (sotterranee, superficiali e potabili); identificare le sorgenti; valutare i rischi per il consumatore; stimare gli effetti ecotossicologici ed ecologici. PFAS sono rinvenuti nei bacini del Po, dell’Arno, del Tevere e in Veneto, nel bacino dei fiumi Adige e Brenta.2

BOX2 Da Rimar a Miteni

L’ALLARME IN VENETO
Torniamo così da dove eravamo partiti, in Veneto, dove le concentrazioni più alte di perfluoroalchilati vengono fatte risalire all’attività della Miteni (ex Rimar) di Trissino. In particolare, nel bacino Agno-Fratta Gorzone (la Rimar sversava nel torrente Poscola, immissario del Fratta Gorzone) lo studio del CNR trova livelli di PFOA superiori a 1.000 ng/l, di PFAS totali superiori a 2.000 ng/l. Ed ecco che scatta l’allarme.
ARPAV esegue un proprio monitoraggio in seguito al quale, oltre a confermare la responsabilità di Miteni, si scopre che per 20 anni gli impianti di depurazione dell’azienda non sono stati in grado di abbattere questo tipo di sostanze. La Regione Veneto, da parte sua, annuncia che in 30 Comuni l’acqua potabile è contaminata da PFAS, e chiede perciò l’intervento dell’Istituto superiore di sanità. Il quale, pur non rilevando un «rischio immediato per la popolazione», nel suo parere alla Regione consiglia di applicare il principio di precauzione: ridurre i rischi e controllare la contaminazione delle acque. Ma all’epoca non esistevano ancora normative sui PFAS in Italia. Perciò è solo nel gennaio 2014, dopo aver ricevuto indicazioni in merito dall’ISS, che la Regione può finalmente regolamentare i valori di concentrazione di pefluoroalchilati nelle acque: meno di 30 ng/l per il PFOS, meno di 500 ng/l per il PFOA, meno di 500 ng/l per tutti gli altri PFAS. La prima normativa adottata in materia in Italia è molto più stringente di quelle europea, ma è valida esclusivamente in Veneto.
Dal 2013 a oggi la vicenda non si è più sopita: la Procura di Vicenza ha aperto un’inchiesta, sono stati condotti, e si stanno ancora conducendo, diversi studi scientifici (vedi box 3), gli acquedotti della zona sono stati dotati di filtri al carbonio (data la presenza di PFAS nelle falde da cui “pescano” gli acquedotti che servono alcune zone delle provincie di Vicenza, Verona e Padova), la Regione ha istituito una commissione d’inchiesta ad hoc, ha avviato uno screening della popolazione esposta e approvato un intervento di trattamento di soggetti con alte concentrazioni di PFAS nel sangue.
Ma ancora nel 2016 ARPAV misurava 17.164 ng/l di PFAS all’uscita del depuratore di Trissino, il che non ha certo tranquillizzato la popolazione.9 La quale ben presto si era organizzata in comitati, a partire dalle “Mamme no PFAS” per arrivare a “Acqua Bene Comune Vicenza e libera dai PFAS”, fino a “La terra dei PFAS” – costituitosi nel maggio 2016 con il duplice scopo di avviare una class action vs. Miteni e Regione Veneto e di informare i cittadini – e molti altri, praticamente uno in ogni Comune coinvolto.
Nel complesso, la contaminazione riguarda circa 350.000 cittadini residenti nelle provincie di Verona, Padova, Vicenza e Rovigo, per un’area di circa 200 km2. I più colpiti risultano 21 Comuni delle provincie di Verona, Padova e Vicenza, per un totale di 127.000 abitanti: la cosiddetta “area rossa”.

BOX3 Gli studi scientifici

Tra il 2016 e i primi mesi del 2017 sono stati presentati i risultati di diversi studi ufficiali, ossia commissionati dalle istituzioni, e altri, prodotti indipendentemente, come quello di ISDE (di cui si parla nella lettera a E&P citata in apertura)15 e quelli di Greenpeace.16

Biomonitoraggio umano

Lo studio condotto dall’ISS nel 2015-2016 sulle concentrazioni di PFAS nel siero ha rivelato nei residenti nella cosiddetta “area rossa” (residenti nei 21 Comuni più contaminati) una concentrazione media di PFOA oltre 8 volte superiore a quella rinvenuta nelle persone residenti fuori dall’area (non esposti): 13,8 ng/g di siero contro 1,64 ng/g.17
Un successivo studio, ristretto agli allevatori e completato nel maggio 2017, ha trovato nel loro siero livelli di PFAS superiori a quelle dei non esposti. In particolare per quanto riguarda l’acido perfluorottanoico (PFOA), presente con 40,2 ng/g, un livello molto più alto di quanto misurato sia nei non esposti (1,6 ng/g), sia negli esposti, ma non allevatori (13,8 ng/g).18

Registro delle nascite

Un’altra fonte di informazioni è stato il registro delle nascite, dalla cui analisi è emerso:
1. che nell’ultimo decennio tra le donne residenti nell’area rossa si è avuto un aumento dei casi di pre-eclampsia e di diabete gestazionale (con un gradiente che si abbassa man mano che ci si allontana dalla zona più contaminata);
2. che vi è stato un incremento del numero di bambini nati con peso molto basso e di bimbi nati con malformazioni, sia a carico del sistema nervoso e circolatorio sia cromosomiche.13

Lavoratori

Nel marzo 2016 sono stati presentati i primi risultati di uno studio sugli effetti a lungo termine dell’esposizione a PFAS tra i lavoratori della Miteni.12 Come primo passo, si è condotto uno studio retrospettivo su una coorte di 415 lavoratori maschi, assunti prima del 2004 e seguiti fino al 2016.
Tra i dipendenti sono stati individuati coloro che erano stati direttamente esposti (occupati nei reparti di produzione di PFOA), quelli che lo erano stati solo parzialmente (es: addetti in altri reparti di produzione) e quelli che lo erano stati molto meno (es: impiegati degli uffici amministrativi, manutentori).
Ebbene, nell’intera coorte sono emersi alti livelli di PFOA nel siero di 121 dipendenti fin dall’anno Duemila, in media 1.817 ng/g: da 166 ng/g per i meno esposti a 5.101 ng/g per i più esposti.
Nel complesso, è risultato un eccesso di mortalità per tumori del fegato, cirrosi epatica, diabete e malattie cardiovascolari. «Un risultato inatteso, perché tra i lavoratori delle industrie chimiche in genere si registra una mortalità inferiore rispetto alla popolazione generale, e questo perché esiste una selezione a priori: si tratta infatti di soggetti attivi, molti dei quali con elevata scolarità e con una buona condizione socioeconomica. Inoltre, sul luogo di lavoro sono sottoposti a controlli sanitari periodici: è l’effetto “lavoratore sano”» spiega Enzo Merler, autore dello studio insieme a Paolo Girardi. «In realtà, tra i lavoratori di Miteni si sono registrati livelli di PFOA più alti di quelli dei loro colleghi di DuPont e 3M».

Indagine del Servizio epidemiologico regionale

Il 23 giugno 2016 il Servizio di epidemiologia regionale (SER) ha presentato i risultati di uno studio compiuto nei 21 Comuni della “area rossa” da cui emergeva un «moderato ma significativo eccesso di mortalità» per una serie di patologie possibilmente associate a PFAS, e in particolare: cardiopatie ischemiche (uomini: +21%; donne: +11%), malattie cerebrovascolari (uomini: +19%), diabete mellito (donne: +25%), Alzheimer/demenza (donne: +14%). Si riscontrava anche un «eccesso statisticamente significativo» di casi di ipotiroidismo.11

Tumori

Nell’ottobre 2016 il Registro tumori del Veneto ha reso noti i dati di incidenza dei tumori nei 21 Comuni più esposti, quelli compresi nella “area rossa”, relativi all’anno 2013. Ne emerge non solo che l’incidenza di tutti i tumori maligni nella zona inquinata risulta inferiore a quella rilevata nella popolazione della Regione, ma anche restringendo l’analisi ai due tumori che la letteratura scientifica associa ai PFAS, quello del testicolo e del rene, non emergono differenze significative rispetto alla media regionale. Ma c’è chi mette in dubbio questo quadro tranquillizzante, ricordando che per un campione ridotto come quello studiato dal RT (poco più di 126.000 persone) occorrerebbero più anni di osservazione affinché questi dati possano avere un valore scientifico (Vincenzo Cordiano, presidente ISDE Vicenza).19

ANALOGIE E DIVERSITÀ
Quanto illustrato in queste pagine non ha la pretesa di riassumere tutta la vicenda PFAS in Veneto, che è molto complessa e articolata in molteplici filoni – dalle inchieste giudiziarie agli studi scientifici, dallo spinoso capitolo della scelta e imposizione di limiti di concentrazione che tutelino la salute all’individuazione dei responsabili. Può però dare un’idea delle analogie e, soprattutto, delle profonde differenze tra quanto avvenuto negli Stati Uniti e quanto accade in Italia.
Che cosa accomuna infatti le storie della statunitense DuPont e della veneta Miteni? Ambedue hanno inquinato le aree attorno ai propri stabilimenti: la prima ha sversato per decenni senza alcuna cautela le scorie di lavorazione nella valle del fiume Ohio, determinando un pesante inquinamento di terreni e acque che ha causato malattie e decessi tra gli esseri umani, e la morte, talvolta atroce, di centinaia di animali (si veda il già citato reportage del New York Times); la Miteni, a partire dagli anni Sessanta ha contribuito a inquinare terreni, acque e falde di una zona che, estendendosi ben oltre Trissino, coinvolge decine di Comuni e circa 350.000 abitanti, con un carico di malattie e decessi che si stanno ancora determinando.
Ma le analogie, purtroppo per l’Italia, finiscono qui. Mentre infatti il colosso chimico statunitense ha versato decine di milioni di dollari sotto forma di risarcimenti alle vittime, multe all’EPA e finanziamenti per uno studio scientifico durato 7 anni, la Miteni declina qualsiasi responsabilità in merito a quanto avvenuto nei decenni scorsi, scaricandola sulle gestioni precedenti (grazie a diversi passaggi di proprietà oggi l’azienda di Trissino è inserita in una sorta di scatole cinesi) e comunque chiamando in correo altre attività della zona.
In altri termini, scegliendo di patteggiare, e quindi di pagare per chiudere le cause, DuPont ha ammesso di fatto la propria colpa; non solo, le somme ingenti che è stata costretta a versare sono servite per completare un’ampia ricerca scientifica e per finanziare le opere di bonifica.
A Vicenza, invece: «La vicenda Miteni, intesa come fonte “storica” dell’inquinamento in oggetto richiede non soltanto un’iniziativa penale ma anche un intervento sul versante amministrativo di tutela della salute pubblica» ha affermato il procuratore della Repubblica di Vicenza Antonino Cappelleri, nel corso delle audizioni alla presenza della Commissione parlamentare ecomafie in trasferta in Veneto lo scorso 14 settembre. «Ci siamo rivolti a specialisti accreditati ma attendiamo l’esito dell’indagine epidemiologica avviata dalla Regione che prevede tempi lunghi, nell’ordine di due anni». E poi: «I comitati locali lamentano ritardi giudiziari? Sono molto coinvolti sul piano emotivo e forse non colgono le oggettive difficoltà del rito penale, che esige certezze».10
E perché mai dovrebbero essere necessari altri due anni di indagini epidemiologiche alla Procura per procedere? I dati raccolti finora in merito all’estensione dell’inquinamento nelle acque e nei terreni, alla presenza di PAFS nel siero degli abitanti della zona, quelli sulle morti in eccesso tra i residenti e i lavoratori Miteni,11,12 o quelli sui danni alla salute riproduttiva13 non sono sufficienti per convincere che sostanze già classificate come probabili cancerogeni, inquinanti organici persistenti e interferenti endocrini, sono nocive, “fanno male”? Di quali altre “certezze” c’è ancora bisogno? Quante morti e quanti anni di “vita sana” persi bisogna contabilizzare per tutelare la salute pubblica e far pagare i responsabili?

 

Cronologia degli eventi (scarica il pdf)

BIBLIOGRAFIA

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  2. IRSA-CNR. Realizzazione di uno studio di valutazione del rischio ambientale e sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani. Relazione finale. Disponibile all’indirizzo: http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/reach/pr...
  3. ARPAV. Stima dei tempi di propagazione dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle acque sotterranee in provincia di Vicenza, Padova e Verona. Nota tecnica n. 05/06 del 21.08.16. Disponibile all’indirizzo: http://www.arpa.veneto.it/arpav/chi-e-arpav/file-e-allegati/pfas/NT_0516...
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  8. Priante A. Pfas, i carabinieri accusano la Miteni «Sapevano e hanno taciuto, gravi rischi». Corriere del Veneto; 15.06.2017. Disponibile all’indirizzo: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2017/15-giug...
  9. Class action al via contro Miteni e Regione. E un docufilm accusa: «Di Pfas si muore». Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) 01.05.2016; p. 7.
  10. Tosatti F. Pfas: «Quarant’anni di veleni cancellati dalla prescrizione». Il mattino di Padova, 15.09.2017. Disponibile all’indirizzo: http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2017/09/15/news/pfas-quarant-ann...
  11. Regione Veneto. Piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche. Allegato a DGR n.21333 del 23.12.2016.
  12. Girardi P, Merler E. Mortality study of a cohort of chemical workers producing perfluorinated derivatives and other chemicals. Occup Environ Med 2017;74:A12. [Girardi P, Merler E. Valutazione della mortalità dei lavoratori dell’azienda Rimar/Miteni. Ulss Euganea-2017 n. 0050075-U. 20.3.2017]
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  14. Commission Regulation (EU) 2017/1000 del 13.06.2017. Official Journal of the European Union 14.06.2017. Disponibile all’indirizzo: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32017R1000&...
  15. Mastrantonio M, Bai E, Uccelli R et al. Drinking water contamination from perfluoroalkyl substances (PFAS): an ecological mortality study in the Veneto Region, Italy. Eur J Public Health 2017. doi: 10.1093/eurpub/ckx066 [Epub ahead of print]
  16. Greenpeace. Pfas in Veneto. Inquinamento sotto controllo? Disponibile all’indirizzo: http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Pfas-in-Veneto...
  17. Istituto superiore di sanità. Biomonitoraggio di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle Regione Veneto. Risultati della determinazione della concentrazione di biomarcatori di esposizione. 14.04.2016. Comunicazione alla Regione Veneto.
  18. Istituto superiore di sanità. Biomonitoraggio di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle Regione Veneto. Risultati della concentrazione di PFAS nel siero di operatori e residenti in aziende agricole e zootecniche. 03.05.2017. Comunicazione alla Regione Veneto.
  19. I dati sui PFAS e i tumori sono incompleti. L’Arena di Verona, 30.10.2016.
  20. Blum A, Balan SA, Scheringer M et al. The Madrid statement on poly- and perfluoroalkyl substances (PFASs). Environ Health Perspect 2015;123(5):A107-A111.

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