20 giugno 2012 - Comunicato Stampa

Screening oncologici:
come far crescere la partecipazione della popolazione?

Health Technology Assessment Report
«Metodi per aumentare la partecipazione ai programmi di screening oncologici»

(Epidemiologia & Prevenzione 2012; 36 (1) Suppl 1: 1-104).

Condizione cruciale affinché i programmi di screening oncologici siano efficaci è che le persone invitate vi partecipino. Nel corso degli anni, in Italia e all’estero, si sono sperimentati diversi modi per ottenere questo risultato: ma quali strategie danno i risultati migliori?

«A livello di struttura organizzativa il primo intervento efficace consiste in una buona pianificazione dello screening da parte delle strutture pubbliche» dice Paolo Giorgi Rossi, segretario nazionale del GISCi, Gruppo Italiano Screening del Cervicocarcinoma, e direttore del Servizio di epidemiologia della AUSL di Reggio Emilia. «In termini di rapporto con la popolazione, invece, è fondamentale utilizzare canali di comunicazione semplici e diretti, come lettere di invito chiare e sintetiche».

Queste e altre indicazioni su come favorire la partecipazione consapevole agli screening dei tumori della mammella, della cervice uterina e del colon retto (gli unici di comprovata efficacia) sono contenute nel Rapporto di Health Technology Assessment «Metodi per aumentare la partecipazione ai programmi di screening oncologici» pubblicato come supplemento a Epidemiologia & Prevenzione, la rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, che domani verrà presentato a L’Aquila nel corso del Convegno nazionale GISCi dedicato a Lo screening in tempo di crisi, strumenti per razionalizzare l'uso delle risorse”.

Lo studio, condotto da un gruppo di lavoro coordinato dall’epidemiologo Giorgi Rossi, è indirizzato ai pianificatori e agli operatori sanitari coinvolti negli screening oncologici attivi in Italia ed è stato finanziato dal Ministero della salute, nell’ambito di un progetto strategico coordinato dall’AgeNaS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e Laziosanità (Agenzia di sanità pubblica della Regione Lazio).

Il metodo

Come è d’obbligo nei Rapporti di Health Technology Assessment, i ricercatori hanno condotto una vasta revisione sistematica della letteratura pubblicata sull'argomento: hanno individuato più di 900 studi condotti nel decennio 1999-2009, hanno selezionato quelli metodologicamente più rigorosi contenenti informazioni quantitative sull'efficacia e sui costi delle azioni messe in atto per aumentare la partecipazione, hanno poi analizzato l’impatto di queste attività sull’organizzazione del servizio sanitario, sulle disuguaglianze di accesso agli screening e alle cure e ne hanno valutato la rilevanza etica e sociale.

Come avete proceduto?

«Abbiamo effettuato una serie di confronti»‚ spiega Giorgi Rossi. «Il primo è stato tra screening organizzati e screening spontanei (i test richiesti direttamente dai singoli, al di fuori della struttura organizzata). Quindi abbiamo messo a confronto le strategie utilizzate per aumentare la partecipazione agli uni e agli altri. Abbiamo distinto gli interventi rivolti alla popolazione nel suo complesso, ai singoli, agli operatori sanitari, quelli tesi a rendere più accettabili i test e le diverse modalità di offerta del servizio».

I risultati

Che cosa avete trovato?

«Innanzitutto che le strategie dello screening organizzato basate sull'invito sistematico alla popolazione bersaglio garantiscono una maggiore partecipazione se confrontate con la prassi normale degli screening spontanei. Inoltre, gli screening organizzati aumentano la copertura diminuendo, indirettamente, le diseguaglianze di accesso della popolazione, una questione non secondaria, specialmente in questo periodo» risponde Giorgi Rossi.

«Per quanto riguarda i metodi di invito alla popolazione» specifica l’epidemiologo, «vi sono prove convincenti a favore dei solleciti postali e dell’utilizzo di lettere che veicolino comunicazioni chiare e molto sintetiche. Lettere firmate anche dal proprio medico di medicina generale aumentano l’effetto positivo, ma ancor più convincente è l’offerta di appuntamenti prefissati rispetto a inviti con data flessibile».

Avete valutato anche l’efficacia delle campagne informative di massa?

«Abbiamo trovato in letteratura alcuni indizi di efficacia, ma da un punto di vista metodologico la valutazione di questo intervento ha presentato parecchie difficoltà e non ci ha permesso di arrivare a una raccomandazione generale».

E per quanto riguarda gli interventi di semplificazione dei test?

«Per lo screening del colon retto ci sono prove a favore di un modesto effetto positivo delle semplificazioni del test per la ricerca di sangue occulto nelle feci (FOBT), come l’eliminazione delle restrizioni dietetiche, mentre per lo screening cervicale la partecipazione aumenta se si comunica che il prelievo sarà effettuato da una donna».

La diffusione dei centri di raccolta dei test influisce sull’adesione agli screening?

«Sì, anche se vi sono limiti metodologici negli studi analizzati, possiamo affermare che gli interventi per avvicinare i provider e ridurre le barriere logistiche (per esempio ritiro e consegna dei FOBT in farmacia anziché presso il centro screening) sembrano essere molto efficaci».

I costi

Gli interventi per aumentare la partecipazione sono costosi?

«Dove la letteratura l’ha permesso, e grazie a un’articolazione del lavoro in più fasi, abbiamo valutato anche il rapporto costo-efficacia degli interventi presi in esame» risponde Giorgi Rossi e, per sgombrare il campo da possibili equivoci, aggiunge: «Non con l’intento di fornire uno strumento per il razionamento delle prestazioni. Piuttosto, per indicare la via dell’efficienza e dell’equità e individuare ciò che è meglio per la sanità pubblica e per il cittadino. Comunque, il costo per anno di vita guadagnato grazie ai tre screening oncologici attualmente raccomandati (colon retto, mammella e cervice uterina) è così basso che per aumentare la partecipazione a un singolo episodio di screening potremmo spendere ben 40 euro per ogni donna in più che aderisca a un singolo Pap test, 130 euro per una mammografia, 80 euro nel caso del FOBT e addirittura 800 euro per una sigmoidoscopia, e nonostante queste cifre ragguardevoli, gli screening continuerebbero a essere costo-efficaci, quindi i soldi per la partecipazione continuerebbero a essere soldi spesi bene».

Diffusione

Questo volume sarà inviato a tutti i referenti dei programmi di screening oncologici attivi in Italia e a un esteso pool di operatori sanitari delle strutture oncologiche, epidemiologiche e di prevenzione del servizio sanitario pubblico.

Fonte:(Epidemiol Prev 2012; 36 (1) Suppl. 1: 1-104). Il volume è on line free-full-text sul sito di E&P www.epiprev.it

 

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